Nel cuore del basso Cilento, a Marina di Camerota, la Grotta del Poggio torna protagonista della ricerca internazionale. Nuove analisi su un dente umano rinvenuto nel 1966 confermano infatti la presenza di uno dei più antichi Neanderthal documentati nell’Italia meridionale.
Lo studio, pubblicato sull’autorevole American Journal of Biological Anthropology con il titolo “The Human Remains From the MIS 6 Site of Grotta Del Poggio (Cilento, Southern Italy): A Taxonomic and Chronological Reassessment”, rafforza il ruolo del Cilento come snodo cruciale nella storia del popolamento umano in Europa.
Il reperto al centro della ricerca è un molare superiore sinistro scoperto durante le campagne di scavo dirette negli anni Sessanta da Arturo Palma di Cesnola e Paolo Gambassini dell’Università di Siena.
Grazie a metodologie di ultima generazione — tra cui morfometria geometrica 3D e analisi micro-tomografiche — il team guidato da Adriana Moroni ed Erica Piccirilli, con la collaborazione di Stefano Benazzi e Stefano Ricci (Università di Siena e Bologna), ha confermato senza ambiguità l’attribuzione del dente a Homo neanderthalensis.
Il dente presenta:
Grandi dimensioni
Radici robuste e in gran parte fuse (taurodontismo)
Corona asimmetrica a forma romboidale
Marcato rigonfiamento posteriore
Usura moderata sulla superficie masticatoria
Il taurodontismo, tipico dei Neanderthal, è una condizione in cui la camera pulpare è ampliata e le radici sono fuse: un adattamento che potrebbe aver garantito maggiore resistenza alla masticazione intensa tipica di queste popolazioni.
Il dente risale allo Stadio Isotopico Marino 6 (MIS 6), tra 200 e 140 mila anni fa, una fase climatica fredda del Pleistocene.
In quel periodo, il basso Cilento — grazie a condizioni più miti rispetto ad altre aree europee — divenne un’area rifugio climatica.
Non solo per l’uomo.
Tra le specie che popolavano il territorio troviamo:
L’elefante antico Palaeoloxodon antiquus
Il rinoceronte del genere Stephanorhinus
Un ecosistema ricco e variegato che rendeva la costa cilentana un ambiente strategico per la sopravvivenza.
Secondo lo studio, il molare della Grotta del Poggio è tra i più antichi resti neandertaliani della Penisola italiana e condivide il primato, per l’Italia meridionale, con il celebre fossile di Uomo di Altamura, datato tra 170 e 130 mila anni fa.
Gli altri resti neandertaliani noti nel Sud Italia sono più recenti e si collocano tra l’ultimo interglaciale (130–120 mila anni fa) e la fase finale del Paleolitico medio (45–40 mila anni fa).
Dal basso Cilento provengono inoltre reperti fondamentali come:
La mandibola del Riparo del Molare
I denti della Grotta Taddeo
Un secondo reperto: Homo sapiens nell’Età del Bronzo

La revisione ha chiarito anche l’attribuzione di un secondo resto umano: un astragalo (osso del piede) rinvenuto fuori contesto, oggi assegnato a Homo sapiens della media Età del Bronzo.
Questo dato racconta una storia affascinante: la grotta non fu frequentata solo nel Paleolitico, ma riutilizzata millenni dopo da comunità preistoriche più recenti.
Un unico luogo, epoche lontanissime, umanità diverse.
La Grotta del Poggio e il vicino Riparo custodiscono un deposito antropico spesso circa sei metri, un archivio straordinario per ricostruire:
Le dinamiche climatiche del Paleolitico medio
Le strategie di adattamento umano
Le trasformazioni ambientali del Sud Italia
Per la sua importanza, nel 2022 il sito è stato inserito nel progetto europeo FIRSTSTEPS (“Our first steps to Europe”), coordinato dall’Università di Tubinga.

Le ricerche proseguono grazie al sostegno del progetto europeo e alla collaborazione tra:
Università di Siena
Università di Bologna
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Salerno e Avellino
Amministrazione comunale di Camerota
CLICCA qui per approfondire; testo in inglese
Una nuova centralità per il Cilento preistorico
Il basso Cilento non è solo mare e paesaggi mozzafiato: è un laboratorio naturale per comprendere l’evoluzione umana in Europa.
Ogni strato della Grotta del Poggio è una pagina di storia lunga 200 mila anni.
E oggi, grazie alla scienza, quelle pagine tornano a parlare.
Irene Monaco